Vacanza nel cuore della Sardegna. Alla scoperta dell’entroterra.

In estate la popolazione della Sardegna si moltiplica per quattro. Ma i “nuovi” abitanti si concentrano sulla costa, quasi a ribaltare una secolare tradizione che imponeva a molti sardi di tenersi a diffidente distanza dal mare. E invece l’interno dell’isola, che il geografo francese Maurice Le Lannou chiamava “il piccolo continente remoto”, è una miniera preziosa che solo pochi turisti arrivano a scoprire.

Su Nuraxi, il Nuraghe per eccellenza, è un ottimo punto da cui iniziare il viaggio. Incluso dal 1997 nell’elenco dei siti Patrimonio dell”umanità protetti dall’UNESCO, è il più famoso degli insediamenti risalenti alla civiltà nuragica, che dominò la Sardegna nelle Età del Bronzo e del Ferro. Venne alla luce nel 1951, grazie alla passione testarda dell”archeologo Giovanni Lilliu. Fu lui a svelare che all’interno della collina chiamata “Brunku su nuraxi” sulla strada tra Barumini e Tuili, non si nascondeva “sa musca maccedda”, la mosca gigante che nelle favole mangiava i bambini, ma il più grande complesso nuragico della Sardegna: un palazzo fortificato con intorno una fitta rete di piccole costruzioni, risalente nella sua parte più antica al II millennio a.C. Non sappiamo se la pastorizia fosse la fonte di sostentamento principale per i misteriosi nuragici. Certo è che la Sardegna, un milione di abitanti e cinque milioni di pecore, è da sempre la culla di un’economia agreste che ha nel pascolo il proprio cardine.

Proprio a Barumini si svolge quello che è uno degli appuntamenti più importanti per chi presta fatica e passione a questo mestiere. La mostra mercato che si svolge in primavera porta alla ribalta dei compratori gli arieti e le pecore migliori, campioni di allevamenti che selezionano la razza da più di 80 anni grazie a una maestria millenaria. Allevamenti che oggi disegnano la figura del pastore con un tratto nuovo e non più legato alla letteratura che per anni ci è giunta come eco di questa isola. Il pastore non è più in competizione con il contadino, non si presenta più come il guerriero altero in grado di sopportare l’enorme fatica e isolamento del proprio mestiere. Fare il pastore è pur sempre faticoso, ma non coincide più con una necessaria emarginazione dalla vita sociale.

Su Nuraxi non è solo un palazzo, ma anche il caposaldo di una rete di costruzioni fortificate costruite intorno all’Altopiano della Giara. Non un monumento spettacolo ma luogo di grande carica emotiva che seduce il visitatore nel percorrere i bui corridoi o nel meditare il panorama della pianura dall’alto della torre. Una silenziosa introduzione al mistero di una civiltà di cui non abbiamo reperti scritti ma che ha dato all’isola un carattere che non si è piegato al passaggio di tutti i conquistatori.

Quando nel cinquecento, i marchesi Zapata si insediarono a Barumini, costruirono il loro palazzo usando proprio uno di questi fortini come fondamenta. Solo nel 1990 si è scoperto che sotto Casa Zapata, proprio al centro del paese, era nascosto un vero nuraghe complesso, che dopo un lungo restauro è stato aperto al pubblico.

Per ritrovare un’incredibile reliquia della Sardegna d’altri tempi, l’eterno scenario in cui immaginiamo vagabondare i pastori, basta percorrere pochi chilometri e salire per una delle tante strade che conducono alla soglia dell’altopiano a nord di Barumini: quella Giara che prende tanti nomi (di Gesturi, di Tuili, di Setzu, di Genuri) a seconda del versante di salita. Oltre 4000 ettari di basalto, circa 500 metri di altitudine, 12 chilometri di estensione in direzione del maestrale, la Giara conserva una macchia incontaminata, punteggiata da lentischi, cisti, corbezzoli, e poi asfodeli, lecci e sughere. Qui corrono i cavalli dell’unica razza selvatica italiana, i cavallini della Giara appunto: camminando nel bosco non è difficile incontrarli, al pascolo o mentre bevono nei pauli, gli stagni che in primavera si ricoprono di minuscoli fiori bianchi.

È facile perdersi nella Giara: nessun punto di riferimento spunta dall’orizzonte completamente pianeggiante. Ma c’è un modo sicuro di ritrovare la via: basta seguire l’inclinazione degli alberi per arrivare sul bordo sud-est, ad ammirare la vista sulla piana. Un lago di pascoli, paesi dalle case minute, olivi con intorno un corollario di colline. Il panorama perfetto. Forse è per questo che qui, nella Sardegna eterna, nell’isola mediterranea più lontana dalle coste del continente, dimenticare è un’arte così difficile da esercitare.

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